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INTEMPERIE

di tutto un po', rigorosamente "secondo la mia modesta opinione"


In difesa del mare

Pubblicato da mcc43 su 26 Marzo 2017, 16:42pm

Tags: #Liguria

 

"Amare il mare è amare la vita.
L'unica rotta percorribile è il rispetto, ed è 
la salvezza di questo patrimonio. "

Sono parole di Giulio Diomedi, Presidente del Circolo Nautico di Albenga, che in difesa del mare si batte da sempre.
Dal suo libro intitolato Quelli dell'Artiglio - dedicato alle imprese di quattro amici accomunati dalla passione per la pesca e per la salvaguardia delle acque che bagnano le coste della Liguria - il racconto di un suo blitz contro i pescatori che non rispettano le regole.

 
Basta con le distruzioni! La vendetta.
Attacco ai pescherecci. Tutti in Pretura

Era circa mezzanotte e ritornando ad Albenga vidi, come ogni notte, i soliti pescherecci che trainavano le reti a strascico su fondali a loro consentiti, ma sapevo che appena si faceva notte fonda e verso l'alba tali imbarcazioni si dirigevano su fondali bassi portando la distruzione. Erano anni che mi battevo per far cessare tale massacro: esposti, telegrammi, articoli di giornale, petizioni con centinaia di firme mandate a tutte le Autorità perché intervenissero per far cessare tale distruzione. Decisi pertanto di passare in prima persona al contrattacco.

Una sera passai al Circolo Nautico, chiamai il guardiano e dissi: "Domani preparami l’Eugenio pieno di nafta e controllami le luci." Quella sera mi portai dietro un blocco notes con penna. Varai l’Eugenio che erano in due di notte e mi diressi a remi verso la darsena. Detti fondo e aspettai.

Passarono più di due ore e sentii che stavano arrivando. Il rumore sordo e lento dei motori mi faceva capire che stavano strascicando sui fondali di posidonie e di custi distruggendo quel vitale habitat per le specie marine. Appena cielo si stemperò, uscii con l’Eugenio dalla darsena e con il motore al minimo mi diressi, costeggiando, verso punta Lena, vicino alla foce del fiume Centa. Sapevo che sul far del giorno i nostri nemici sarebbero spuntati tutti fuori e avrebbero tirato su le reti su quei fondali di pochi metri; una quindicina contro 50 metri e 3 miglia dalla costa che doveva essere il loro limite invalicabile. Erano mesi che davo loro la caccia; ormai li conoscevo dalle forme, dal colore, dal fasciame consumato e sgangherato, dalle macchie enormi di ruggine sulle pareti in ferro. Brutte imbarcazioni E brutti ceffi! Non tutti erano gente di mare!

Eccoli tutti in fila, distanziati di cento metri uno dall'altro e sfalsati come linea di tiraggio. Il sole stava uscendo e man mano i contorni delle imbarcazioni si stagliavano e piano piano venivano issate a bordo le reti con i verricelli elettrici: prima i cavi d’acciaio di traino, poi il divergente pesante e infine il corpo della rete con il sacco finale. Misi in moto il motore prima a 10 giri, poi 20, poi 30 e li puntai in centro partendo dal primo per finire all'ultimo. Eccoli, l'incubo dei miei sogni ma anche la vendetta che covava nel mio cuore si stava materializzando. Le imbarcazioni venivano infilzate nome per nome dalla mia penna che trascriveva nel blocco notes tutti i dati delle imbarcazioni, provincia, nome, numero, ora dell'avvistamento, allineamento di terra e la profondità. Mentre passavo vicino ad ognuno, urlavo con forza: "Questa volta sono cazzi vostri! Vi faccio un culo così! " facendo il gesto, "Vi porto in tribunale! " Solo uno capì il mio gesto e tirò, penso, un bullone di ferro che fini in fondo al mare. 
Arrivato al Circolo Nautico feci trascrivere al marinaio una sorta di verbale di quanto avevo visto e constatato. Lo stesso giorno preparai, firmai e spedii un esposto circostanziato alla Procura della Repubblica di Savona che a sua volta trasmise il tutto al Pretore di Albenga.

Passò più di un mese e mi convocarono per la comparizione. Il corridoio della Pretura, in piazza Petrarca, era lungo e ampio, e quando arrivai con il mio fascicolo vidi in fondo decine di pescatori, quasi tutti con la cupoletta che aspettavano di essere sentiti dal Pretore.
Passai vicino a loro e con aria di sfida dissi: "Ma lo sapete che state uccidendo il mare?" La reazione di uno di loro venne fermata dai Carabinieri che erano sulla porta accesso alla sala delle udienze.
Il Pretore mi interrogò, mi chiese tanti particolari, andai oltre, ero un fiume di parole, di dati, di circostanze, mi fermò e disse: "Non si  dilunghi, venga al sodo e mi dica come ha fatto a misurare il fondale." Allargai per otto volte le braccia come Gesù Cristo in croce: "Ecco signor Pretore questo era il fondale dove tali imbarcazioni pescavano, moltiplichi otto per 180 e troverà la profondità."
Doveva essere il punto di forza ma sapevo invece che questo era il punto debole perché senza testimoni, senza apparecchiature di bordo, i quattro avvocati avrebbero smontato la mia tesi e avrebbero mandato assolti tutti quanti. Così avvenne. La mia azione non fu risolutiva e di questo ne ero certo. Le marinerie di Savona e di Imperia rimasero alla fonda, il rumore sordo e lento dei loro motori e la rete assassina per un giorno e una notte non fecero distruzioni, dando respiro al mare.

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